Apro gli occhi e mi ritrovo in mezzo a decine di bimbi urlanti che si fiondano in cucina alla caccia disperata di una mini hamburger, per fortuna le ho finite e come sono arrivati se ne vanno. Apro il frigorifero per cercare una birretta ma non c’è, nel contempo il vecchio Erbie, il nero cane di casa, mi guarda con fare innocente, come se non l’avesse nascosta lui in giardino, scavando tra le azalee di mamma. A quel punto sento una vocina, viene da dietro quel vecchio cespo di lattuga un po’ marcia, è una vocina flebile – sulle prime penso di essere impazzita o che si tratti di un verme transgenico e lamentoso generato da chissà quale ortaggio dimenticato -, e invece no, è una ragazzetta bionda, alta quanto un carciofo, che inizia a pontificare sulle qualità propedeutiche del formaggino. Richiudo il frigo con soddisfazione – poi lo stacco, che non si sa mai.
Esco in giardino per prendere un po’ d’aria (e disseppellire la birretta) e mi si para davanti un uccelletto dal petto rosso. Lo guardo, mi guarda. “Di solito scappano”, penso. “Di solito cercano di accopparmi”, pensa. Poi mi chiede un bicchier d’acqua; notando la mia perplessità puntualizza che vuole solo quell’acqua lì, quella che fa fare tanta “plin-plin”. Torno in casa alla ricerca del vecchio fucile a pallini (dovrebbe bastare).
Colta da un attimo di bontà vado a cercare un bicchiere, pffffts, apro la bottiglia, verso e dalle bollicine biancastre se ne stacca una che inizia con una tiritera irritante: “sono la particella bella, sono sola, in questo bicchiere non avrai altro Sodio oltre a me”. Verso il tutto nel lavandino senza emettere un verso ma…
Dallo scarico un suono sinistro, quasi un gorgoglio. Poi un omone pieno di muscoli fuoriesce in una nuvola di schiuma: “sono mister Muscolo” dice, “il tuo collettore è intasato (da quella vacca di particella, ndr), per fortuna ci sono io, ma non dimenticare che se non mescoli a dovere i due componenti ti si spaccano tutti i tubi e poi non li salva manco mio cugino, l’idraulico liquido”.
Presa da una inattesa crisi di pancia (e priva della pastiglietta che ti permette anche le code più indegne proprio mentre hai lo strizzone) scappo in bagno dove, appena aperto l’armadietto per cercare un nuovo rotolo di carta igienica m’imbatto in un piccolo cane beige che lo sta addentando mordacemente, il rotolo si dibatte pensando alla sua bella, quella che non finisce mai. Richiuso inorridita. Una volta seduta sulla tazza tiro fuori dalla tasca un pacchetti di fazzolettini, appena rimuovo la sottile striscia di scotch si leva una voce (o forse un coro) che recita: “il posto più morbido dove mettere il naso”… ehnnò, non è per il naso che ho intenzione di usarti! – piccole soddisfazioni, s’usa dire.
a questo punto l’unica certezza è che si tratti di un incubo (a meno di essermi svegliata in una scena di Videodrome). A questo punto, la sola scelta coerente sembra quella di abbandonare le mura di casa e scappare verso i campi – cosa non troppo semplice se si vive nella cerchia interna di Milano.
Comunque, mentre accendo la Wespa e apro il cancello, sento i cardini sussurrare: “con svitòl non cigolo più, e due belle rondelline potresti anche trovarle in offerta proprio da Cast*Oh’Rama”. E mentre il cancello si placa lavanda, siepe e gelsomino all’unisono chiedono a ripetizione le compresse verdi viste in tivvù, quelle che ti fanno crescer sano e bello e senza acari e mostroidi vari – “c’ha anche l’antimuffa”, sussurra il platano dall’altra parte della strada.
La Wespa romba, sembra l’ultima immune in questa bagarre pubblicitaria. Lei non ne ha bisogno e lo sa.
Circonvallazione, corsia preferenziale, dalla quale enormi tette protese cercano d’invogliarmi ad indossare una quarta abbondante – magari! – e altrettanti cartelloni mi precedono e seguono tra 3x2 e 6x3 e letti a molle-ipermolli e bimbi strabici che non potranno mai sopravvivere se non comprerò quel mobiletto made-in-China. È quasi finita, la campagna si avvicina. Imbocco il ponte della tangenziale senza nemmeno rendermi conto che “Salamone”, il Dio dei camionisti mi precede con le sue luci ed il suo carico di amenità varie.
Finalmente approdo alla prima piazzola, mi fermo ancora ansimante (che il salamone non è proprio una vista per tutti); anche la Wespa trema ancora. Alla mia sinistra il campo da golf, quello costruito ai margini del penitenziario. Sento un lieve fruscio, la mazza colpisce duro la pallina che s’innalza contro il cielo. SBONK. Uccelletto preso in pieno. Se c’è giustizia è quello di Del Piero.
Per un attimo aveva pensato che nulla fosse cambiato o nulla potesse cambiare.
Poi quel raggio di sole s’era proposto contro le tende, le aveva perforate e s’era insinuato sino al suo solito occhio già semi aperto.
Quello che aveva costruito attorno a sé, la tana, i colori, le cose di tutti i giorni avevano la solita aria rassicurante – le aveva scelte con cura una ad una, messe nel posto esatto dove si aspettava di vederle ogni santa mattina e le aveva poi spostate, giorno dopo giorno, per far posto ad altre che, per un motivo o per l’altro avevano ottenuto maggior rilievo nel suo mondo.
Era passato da un po’ il tempo in cui erano gli altri a prendere le decisioni per lei. Poi era passato anche il tempo in cui ogni decisione doveva essere affrontata con calma, soppesata, rimuginata, rigirata tra i meandri della mente e della coscienza mille volte e poi, finalmente, prese.
E poi il contrappasso, decisioni veloci, zap zap, causa-effetto, azione-reazione: non c’era tempo di starci su tanto a pensare, tanto domani si può sempre rimediare, se ci sarà un domani.
Evoluzione, forse era solo questo. Momenti in cui la vita sembrava un peso da affrontare secondo dopo secondo, e quei secondi pesavano come secoli – e poi altri momenti in cui i mesi, anzi, gli anni erano scivolati via così velocemente da lasciare solo segni superficiali… qualche chilo in meno o in più da riconoscere nelle foto, qualche ruga – ma non molte – e pochi capelli banchi.
Per un attimo ancora pensò che nulla fosse cambiato.
Ma non era così.
Ci sono periodi in cui ti senti in sintonia con il mondo intero, basta uno sguardo o una mezza frase per capire che ti è vicino e lo stesso accade nei tuoi confronti.
Succede al lavoro, quando non hanno finito di chiedere una cosa che è già lì bella e pronta, succede con gli amici, che non hai nemmeno bisogno di parlare e loro sanno già tutto…e tu tutto ciò che è importante per loro. Sono quei periodi in cui sembra che tutto quanto funzioni, ti svegli bene la mattina e sai che sotto il letto non c’è il mostro, anche se piove pensi che farà bene alle campagne (lo diceva sempre il nonno) e anche se pesti la prima merda di cane sai che porterà fortuna… e stai bene, proprio bene.
E poi ci sono anche i periodi contro. Chiedi alla vecchietta se vuole una mano ad attraversare e lei ti risponde “si faccia i cazzi suoi”; qualsiasi cosa tu scriva, pensi, dica o anche solo accenni viene fraintesa, interpretata in altra maniera; sorridi a qualcuno e quello ti chiede perché lo prendi in giro, sembri triste quando sei allegro, se fai dell’ironia vieni preso per uno stronzo, ti senti fuori luogo ovunque, persino a casa tua, l’antenna si è rotta – o la manopola non ce la fa a sintonizzare il programma. Eppure non ti senti diversa dal quella lì sopra, quella che capiva e si faceva capire.
Ecco, non ce la posso fare. Meglio non dire più niente.
Se non faccio niente nessuno può prenderla male.
Se non scrivo niente non posso essere fraintesa.
Mi si sarà anche scaricato il sense-of-humour.
AAA centro comunicazione – anche usato poco – cercasi. Urgentemente.
Volevo scrivere un post sul tempo, che la mattina ci sono 9 gradi, il pomeriggio 20 e la sera di nuovo 9. d’altro canto non è che si tratti di una novità, quindi non lo scriverò.
Volevo anche, magari, scrivere che sono contenta di questa nuova Italia bipolare, ma ho visto arrivare dalla Svizzera interi camion carichi di Prozac e la cosa mi ha suscitato qualche perplessità.
Avevo anche pensato che, oltre alle mezze stagioni ed al (solito) governo ladro, ci sarebbero ben altri luoghi comuni da tirar fuori, quindi eccone un altro: la vita per le donne è pericolosa. Non c’è sicurezza nel nostro Paese né altrove, quindi state attente.
Ecco, è di questo che vorrei parlare, la ragazzina americana che alle quattro del mattino viene violentata in pieno centro deserto di Milano, e tutti che insorgono perché la città non è sicura.
Ora, il presupposto è chiaro: quello là merita di far pipì da seduto per tutta la vita, e anche una piombatina al culo (e qui sì, sono fascista, in certi casi i diritti umani non possono essere applicati, secondo me), peeeerò. Però, se alle 4 del mattino in discoteca uno mi chiede di andare a fare un giro, ora come quando avevo 20 anni, non è che non mi sorge il dubbio che quantomeno ci stia provando e che, appena usciti mi salterà addosso…
Scusate, ribadisco, il lui di turno non ha acquisito il diritto a saltarmi addosso, però cazzo…
Anche andare a cercarsela anche prendersi certi rischi...
Ma le mamme di una volta, quelle che ti dicevano: occhio a quello che fai, non dar troppa corda agli sconosciuti, se ti comporti da zoccola poi la gente pensa che tu lo sia e si comporta di conseguenza, se sei troppo ubriaca e non ti reggi in piedi stai attenta a chi presta il braccio e simili amenità a base di “sicurezza, sicurezza, sicurezza!”, dicevo, ma quelle mamme lì che fine hanno fatto?
E non ho finito: andare da sola a fare il giro del mondo in autostop non è una cosa sicura. Anche questo mi diceva la mamma, tanti anni fa, quando chiedevamo passaggi a destra e a manca per andare e tornare da posti dove i mezzi pubblici non esistevano (anche la Capitana lo sa), lo facevamo lo stesso, a noi è andata sempre abbastanza bene. Ma non è sempre così.
Per quanto le città possano essere controllate, blindate ecc ecc ecc, il pazzo, il bastardo, lo stronzo o il malato ci saranno sempre, nasceranno, cresceranno e, se saremo fortunati, saranno messi in condizione di non nuocere, ma non è sempre così.
Andarli a cercare così come mettersi in condizione di evitarli, però, dipende anche da noi.
Anche nel paese delle favole c’è il lupo (o la strega) cattiva.
Aveva passato tutta la vita cercando di giustificarsi. Lei no, non si poteva lasciare perché aveva bisogno di lui, non sarebbe mai stata in grado di cavarsela da sola. E poi i figli, prima perché erano piccoli, poi perché erano in quell’età in cui è giusto che abbiano un punto di riferimento forte e poi, poi perché era inutile – a questo punto -, perché ormai erano tutti adulti e la scelta – quella dell’abbandono, o del cuore (dipende dai punti di vista) -, sarebbe stata vista solo come un inutile, ultimo, colpo di testa. E poi c’era la terza generazione in arrivo, mica si poteva non esserci.
Vent’anni. No, di più. A fare i conti ne erano passati almeno trenta, passati in un soffio, come se il domani fosse sempre lontano, troppo lontano.
Poi ti ritrovi lì a pensarci, dopo tanto aver elucubrato sul fatto che fosse un enorme, immenso egoista. E ti ritrovi in un a situazione simile.
Simile perché il cuore ti porterebbe da una parte che renderebbe la tua vita un inferno, mentre un’altra parte di cuore, e un sacco di vita, di vissuto, di cose costruite e altre – seppur cose di tutti i giorni -, ti tengono stretto, stretto dove sei.
Ecco… essere un uomo della scorsa generazione – pur con tutti i contrasti e i (falsi?) contrasti interiori -, era decisamente più semplice. C’erano parecchie “scusanti” in più. O anche no.
Due oscuri figuri si aggirano tra le pieghe della notte. Il passo frettoloso e gli sguardi attenti lasciano presumere che abbiano già un piano in mente.
Il piano, non un piano qualunque.
Dal giorno precedente erano stati visti mentre guatavano, scrutavano e soppesavano ogni possibile vittima - confabulando piano per non essere individuati.
E siccome nessun piano è davvero perfetto, si erano lasciati scappare ben più di un apprezzamento, pur se di difficile interpretazione.
La signora Pina riportò di averli sentiti mormorare con aria quasi sognante: “Quella sarebbe perfetta, ma è troppo in vista”; mentre il Paolone, che annuncia di aver anche cercato di far due parole ma di esser stato condito via con un “Quella no, troppo acerba”, manco fosse il solito Girolimoni (riporta con un po’ di stizza). E poi la sfilza di panettieri, verdurai e, persino, il pescivendolo che giurano di averli sentiti confessare con un: “Irraggiungibile! Anche per due vecchi del mestiere come noi”. Confessare cosa, poi? “due vecchi del mestiere”… bah.
E poi un mare di mezze voci, di sussurri di paese ricchi di “La zona è troppo trafficata o illuminata, e la cancellata troppo alta o sconnessa”, c’è chi persino giura di aver sentito annunciare che la mancanza di eventuali vie di fuga li avrebbe fatti desistere, a sole poche ore dal “momento X”. Ma i due oscuri figuri avevano un piano ben congegnato in mente. E nulla e nessuno li avrebbe potuti fermare. No. Arrendersi mai!
Come si suol dire, il piano era tratto (e anche il dado) quando, con la scusa di uscire dieci minuti per buttare l’immondizia – che le code di gambero puzzano in maniera incredibile se le lasci in casa -, erano sgattaiolati fuori di casa lasciando gli ignari genitori in compagnia del solo vecchio cane nero.
La ghiaia del viottolo scricchiolava piano sotto le loro suole, il passo – un tempo felino -, aveva da tempo lasciato spazio ad un claudicare torbido che, però, manteneva ancora un suo proprio ritmo – quasi si trattasse di un vecchio swing.
Faceva freddo, il vento cercava di penetrare ogni anfratto degli scuri giacconi ma si fermava oltre la pelle dei guanti neri mantenendo le mani morbide ed il tatto agile. D’altro canto una serata di fine inverno non poteva che essere la copertura ideale per quell’ultima scorribanda. Per il fatidico “colpo grosso”.
Inserito in un lampo il sacco della spazzatura nel debito cassonetto verde, i due avevano almeno una mezz’ora per attuare il losco piano.
Una rapida occhiata attorno, ma la preda designata era ancora troppo in vista.
La sera di Pasqua, nonostante l’ennesimo temporale in arrivo erano ancora tante, troppe, le auto in transito sul vialone principale; il che rendeva impossibile attuare il piano concordato.
C’era – d'altronde – il piano di riserva, che li spingeva e attraeva verso quel viottolo secondario.
Buio abbastanza, poco frequentato anche nelle ore diurne, figurati di notte!, e con cancelli verdi e privi di protezione, senza telecamere o diavolerie simile. Ecco, il “piano B” era pronto a scattare.
Al terzo passo, però, le due vecchie volpi della notte incontrarono i primi ostacoli: una coppia di enormi linci (o erano gatti?) in amore e altrettanti giovinastri intenti ad avvinghiarsi su di una vecchia panchina. Ma il piano era tratto – come già detto – indietro non si poteva tornare.
Ed ecco l’illuminazione. Un lampione intermittente in fondo ad una viuzza laterale. Si aggrapparono con la forza di tutta la loro disperazione a quella lampadina fioca e ormai pronta ad estinguersi, come fosse l’ultima ancòra di salvezza per il loro ultimo colpo e capirono tutto, solo in quel momento compresero davvero che ciò che vedevano, ciò che stavano per mettere in atto li avrebbe per sempre divisi dal mondo delle persone oneste.
La pianta carica di frutti maturi era lì, nella penombra di quel lampione intermittente. Monito invitante.
Non un’anima attorno.
Salgo, disse lui.
Ti tengo, disse lei.
Prendimi per culo che non ci arrivo. Sussurrò lui.
Non ci arrivi, gna gna gna gna. Disse lei.
Poi fu notte. E fu mattina.
Certo che una volta era decisamente più facile. Pensarono all’unisono.
La prossima volta i limoni li compriamo. Forse.
No, non sono stata inghiottita da un enorme (per forza di cose) uovo di Pasqua, né mi hanno messa in forno al posto del capretto.
Arrivo in ritardo per gli auguri di buonaPasquaePasquetta?
Evabbé, accontentatevi!
Utopia, sogno, momento cerebrale di massimo pathos.
E poi apri gli occhi.
E quello che trovi non ha proprio nulla a che vedere con ciò che speravi.
Ora, va bene che i politici – per quanto facciano finta di provarci – non cambiano mai.
Che le mezze stagioni sono sparite e non ci sono manco più gli inverni e le estati di una volta.
Ma che anche ad Amici tengano banco solo polemica e lagne mi sembra davvero troppo.
Chopin. Notturno n. 2 opera 9.
Non è stata una giornata memorabile. Già dal primo mattino la voglia di mandare a quel paese chiunque si avvicinasse era fortissima (che poi non si dica che son le donne vicine a certi giorni: anche gli uomini non scherzano, e senza scuse a suon d’ormoni!).
Poi, per tutto il pomeriggio ti rendi conto che persino le dita sulla tastiera si limitavano a fare il loro dovere, stancamente.
E, finalmente, la fin del giovedì. Si va a casa, è già buio da ore (anche se le dita decidono che son “buoi”…).
Poi casa, frigo aperto, occhiata guardinga, frigo chiuso.
Congelatore.
Quattro salti in padella – ultima spiaggia. Patate al rosmarino, niente di serio. Migliore il profumo del sapore, ma la fame…
Sei minuti di cottura, nel frattempo telecomando, TV accesa, Sanremo – telecomando, di nuovo – qualsiasialtracosa… ma non c’è granché. Solo repliche. E tu ne stai vivendo già abbastanza, da giorni, mesi, forse anni.
Telecomando.
Spento.
Scale, bottiglia di vino bianco. Bicchiere, bolle, cosa ci sarà in fondo… no, non è proprio giornata, lo sapevi già 18 ore addietro.
Computer. Acceso, rumore sinistro (devo cambiare quella stramaledetta ventola!). MUSICA.
Chopin! Chopin che dovrebbe scivolare lento e morbido e portare un po’ di pace. E di ricordi.
Ecco, aspetto da due settimane questo incontro con Ashkenazy e scopro che tutto il nuovo archivio è in .flac. Mi viene da piangere quando il piccì si rifiuta di leggerlo…
Ma no, mai lasciarsi vincere. Anche se la voglia di mollare tutto c’è. Ed è forte assai.
Poi no. Si cerca e si scava. Ecco, finalmente, il codec, mentre nella testa echeggiava già la caduta di Varsavia.
È notte ormai.
È sempre notte.
Troppa notte nella tua vita, troppo poco giorno. Ma non è importante. Chopin c’è!
Chopin, come mezz’ora fa. A renderti – finalmente -, questa nottata, questo sonno, questi ricordi, questi sogni… insomma, tutto migliore (non che ci volesse molto, poi).
Tristezza compresa. Tutto in “minore” quello che aspetti e ti passa per la mente.
Ma non fa nulla.
È notte. E i notturni sono la via migliore per ricordare che la vita è bella.
Perché, in fin dei conti, dopo il notturno sorge sempre l’alba, e dietro la nebbia si nasconde il sole, e sopra e attorno al sole c’è il cielo… insomma, domani non potrà essere che migliore… che peggio, insomma… e poi perché essere così negativi?
Torniamo ai “notturni”. Lasciamo che le note portino via stanchezze, dubbi, futilità. Finalmente.
Se solo l’audio non avesse deciso di non funzionare.
Per fortuna ci sono memoria e fantasia.
Suono sul cuscino mentre chiudo gli occhi. Le dita non lo sanno, ma c’è Chopin dentro, e il cuscino suona meglio di qualsiasi pianista mai esistito. Perché la fantasia, per fortuna, sarà sempre un passo avanti rispetto alla realtà.
Perché poi, l’ultimo pensiero sia per la “Sepolta viva”, e quei timpani-pugni che battono per uscire. No, non è colpa mia. Dormo. Non credo sarà una notte tranquilla.
Dan dan-dan-dan dan-danananan
È ora bambini, forza, si va!
Dove si va, mamma?
Pronti viaaa, tutti al cinema Bianchini!
Ecco, ci fregava tutte le sere, con la stessa frase, finito Carosello si andava al cinema, il cinema Bianchini (con la testa sui cuscini, per la cronaca). Si spegneva quel coso con lo schermo pieno di strana gente in bianco e nero e, non senza qualche renitenza iniziale, ci si lasciava trascinare in quel mondo pieno di sogni. Sogni a colori.
I sogni, però, non erano solo quelli ad occhi chiusi, persi nel mondo delle nuvole mentre Morfeo o chissachì spargeva la sua polvere di stelle sulle nostre ciglia, i sogni ad occhi aperti erano quelli che adesso chiamiamo “fantasia”.
L’acqua che scendeva dal rubinetto appena aperto era una cascata, e lo spazzolino una lancia con cui si spazzavano via dai (pochi) denti i tremendissimi mostroidi assassini – quelli che attaccano da dentro e fanno cascare tutti gli incisivi (per fortuna c’è la fatina, o anche il topo, che poi ti lascia una moneta da cento!). La schiuma, poi, trasformava in un attimo qualsiasi essere umano in un licantropo… le unghie diventavano artigli e il gargarismo un suono gutturale spaventoso.
Il pigiama, poi, era una corazza. La corazza dell’eroe del giorno, che trasformava immediatamente il bimbo coi denti lindi – e le orecchie scintillanti – in un supermega-essere pronto a combattere, e ad uscire vincitore nella battaglia più difficile.
Si apriva la porta, e là in fondo c’era il letto.
Un letto alto, colorato, con lenzuola colorate e accoglienti.
Ma non era “sopra” il problema. Il problema era “sotto”.
Da quella fessura impercettibile tra letto e pavimento sentivi lo stridere di artigli, eri ancora sulla porta ma lo sentivi, lo sapevi che “lui” era lì sotto ad aspettarti.
Non c’era bisogno di vederlo per sapere che respirava piano per non farsi sentire, ma era lì, appiattito sotto il letto, con i suoi dentoni gli occhi rossi e i (pochi) capelli spettinati, LUI era lì e aspettava solo te.
Inutili le rassicurazioni della mamma che si avvicinava decisa al letto dicendo “vedi, non c’è niente, non succede niente”, tu lo sapevi che non avrebbe mai attaccato lei, la mamma, semplicemente perché aspettava solo TE.
E allora trovavi un miglione di migliardi di scuse per non andare a letto, il mal di pancia, pupù, pipì, sete, fame, capriccio, denti lavati male, mano sinistra sporca, piede destro con unghia incarnita, persino il bacio al gatto del vicino prima di coricarsi diventava un “must”. Ma lo sapevi che prima o poi il salto lo avresti dovuto fare e che, contro di lui, nemmeno il pigiama-corazza avrebbe funzionato, perché le caviglie erano scoperte e lì ti avrebbe potuto afferrare.
Quando davvero la facevi grossa era qualcuno a prenderti in braccio e cacciarti sul letto, ma anche la sgridata era meglio di un piede masticato da lui.
Nella peggiore delle ipotesi, cioè quando nessuno degli espedienti aveva funzionato, ti trovavi a un metro – perché nemmeno lui ha braccia e denti lunghi un metro, e da là sotto non può uscire -, a rimirare il letto, prendendo il coraggio a due mani e poi la… rincorsa.
Valeva la tua stessa sopravvivenza, quel salto, uno stacco troppo tardi e lui ti avrebbe preso e rosicchiato, uno troppo forte e ti saresti spiaccicato contro il muro dietro al letto. Difficile la vita per un bambino, in effetti.
Uno, due, due e mezzo, due e tre quarti, due e tre quarti e un po’, due e tre quarti e mezzo, due e tre quarti quasi tre – oddio, QUASI tre -, ecco, un passo indietro per la rincorsa, e ZAP sei sul letto. Tiri su il lenzuolo e lo sai che per oggi sei salvo. Fino a domani LUI, il babau non potrà prenderti e resterà sotto al letto, cercando di respirare piano, sperando che – magari – dovessi alzarti nel cuore della notte per andare in bagno.
Poi la luce si spegne, e l’unico modo utile per non affrontare tutti quegli orribili gnomi delle ombre e quel tremendissimissimisssima creatura della lucina-luna e quegli alberi-mostro che si muovono lungo le pareti come fossero enormi ragni è… tirarsi il lenzuolo sulla faccia.
Passano gli anni, parecchi, arrivano i film con l’assassino dietro alla porta, sotto al letto, dentro all’armadietto delle scope, lo squartatore dell’ascensore, del sottoscala, dell’angolo buio. E poi tanti altri piccoli grandi mostri che ti riportano sempre al tuo primo mostro personale, il Babau, il peggiore di tutti, perché ancora adesso lo sai, che sta sotto al letto, solo non lo senti perché respira piano per non farsi scoprire. E tuo nipote di 4 anni ti guarda con aria di sufficienza e proclama “ma alla tua età credi ancora al Babau? Ma sei scema?” – se domani gli scappa detto che Babbo Natale non esiste vado a telefonare ad Erode. Promesso.
Entriamo piano, per non disturbare la libellula che danza leggiadra nello stretto corridoio insegnando sinistri passi al malcapitato zio di turno.
I pacchetti colorati sono ben nascosti nel sacchetto – anonimo per non farsi scoprire -, ma il piccolo carro armato che tutto travolge mentre pedala veloce sul suo trattore rosso e blù (con l’accento), non lascia sfuggire nulla.
Il grido è all’unisono: lo zio preso da uno strappo alla schiena che si accascia al suolo travolgendo trattore e libellula-ballerina - e carro-armato che, con la forza immane del suo quasi metro di statura si appropria del sacchetto anonimo, ghermendolo al suono di “miooooooo”.
Ecco, no tesoro, non è tuo. È di quel bozzolo rantolante disteso sotto al ginocchio dello zio, è tua sorella che compie SEI anni. Ma non c’è problema, se scavi bene bene c’è un pacchetto anche per te, il nome è scritto sopra (se solo sapessi anche leggere, oltre che urlare, sarebbe ben più semplice, vero???).
Divano, si scartano i pacchetti: bello il libr… i pattini rosa! La maglietta noooo! È come quella della juve (no tesoro, righe orizzontali BLU e bianco, niente gobbi, giammai!), le formi… che cosa sono questi? E quel gioc-dammi il pacchetto, scarto, rompo guardo e poi?
- E il biglietto? Dov’è il biglietto?
- Ma tesoro, non sai ancora leggere, il prossimo anno saprai leggere e ti scriveremo un bellissimo biglietto
- ma io SO GIÀ leggere
- oooops, pardon
Facce contrite di nonna, zia e quant’altri, presentatisi con pacchetti e pacchettini, ma SENZA biglietto.
(Il prossimo anno tanti, tanti biglietti – una Commedia intera, e meno pacchetti – eh eh eh).
Salotto, quasi cena.
Ma che bel pavimento che hai messo, sembra davvero legno, sarà felice la libellula che, in punta di calzamaglia a strisce può volteggiare come su un vero parquet da vera ballerina.
Mai frase fu più opportuna, la libellula si libra in uno slancio di gamba in avanti degna della migliore Carrà – solo per dare un ulteriore tocco anacronistico –; quando poi decide che anche l’altra gamba può essere impegnata in un “jété”… insomma, senza nessun piede d’appoggio a terra la ricaduta sullo splendido pavimento nuovo (dopo cotanta sforbiciata!) non può essere che di CHIAPPA. Ammaraggio ben altro che femminile tra tavolino – con consistente svolazzare di olive e aperitivi vari per tutta la stanza – e divano. Osso sacro tumefatto. Pianto. Disperazione. Pianto. Ghiaccio. Lagrima estrema. Che male! “Mannò cara, due giorni in piedi e passa tutto… Sembravi proprio Materazzi, forse è meglio che ti dia al calcio, almeno loro cascano sull’erba. (All’assistere alla scena di pianto con “grimace” la nonna ricorda la miglior Anna Magnani – la nonna la sa lunga, mi sa)
Nel frattempo la piccola carro-armato decide di disinteressarsi dell’osso sacro tumefatto della sorella maggiore e attacca a piene mani – o a piene ganasce – il salame. Un grissino nella mano sinistra, il salame in bocca, un’altra fetta e mezzo grissino nell’altra mano, con il mignolo tiene in sospeso l’orsetto irlandese (prima che scappi da questa casa di matti prendendo il primo aereo, non si sa mai). La libellula si offende perché tutti i commensali ridono mentre lei ha ancora un gran male all’osso sacro. E perché poi si chiamerà sacro??? “Vabbé, te lo spiego dopo, o magari quando compi sette anni, tesoro”. Poi i suoi occhi si perdono dentro ad una scena di “Grease”, provvidenzialmente infilato nel videoregistratore dalla mamma.
Tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri Alessandra. Tanti auguri a te…
Tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri Sandrina. Tanti auguri a te…
Tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri Sandrino. Tanti auguri a te…
Tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri “rovagnati”. Tanti auguri a te…
Tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri Libellula. Tanti auguri a te…
Non che i commensali fossero poi moltissimi… ma ognuno la chiama a modo proprio. Libellula è, come da copione, sempre meglio di quanto coniato dagli zii-maschi-bastardi: “tesorino, vieni qui un attimo che non leggo bene la scritta… ah, ecco, (gambotta sinistra) c’è inciso San Daniele; qui invece (gambotta destra) stampigliato rovagnati”.
Tanti auguri libellula. Da grande sarai una grande nuotatrice! Non ti preoccupare, il periodo della ballerina-ad-ogni-costo passa, passa presto.
Per fortuna.
Nostra.
PS: finito tutto il salame e anche le olive ed i pistacchi, “carro-armato” si disinteressa degli astanti e va a seppellire l’orsetto nel vaso delle begonie della nonna. Non prima di averlo travolto con il trattore rosso-blù (sempre con l’accento).
per tutti quelli che... hanno sperato, sognato e versato qualche lacrima. Per tutti quelli che hanno(*) anche aspettato, o che ancora aspettano, magari una signora in bianco.
As it's all that jazz, babies!
(*)con l'acca è meglio, vabbé
Scrivere, scrivere, scrivere, una volta era quello che voleva, quello che sentiva dentro, non c’era un pezzo di carta che passasse indenne tra le sue sgrinfie senza essere pasticciato, scarabocchiato o riempito di appunti. C’era sempre un nuovo racconto a frullarle in testa, le idee saltellavano da una parte all’altra tanto che sembrava difficile riuscire a fermarle sulla carta. L’idea arrivava, lei l’acchiappava per i capelli, la teneva stretta tra due dita e poi… con due chiodini l’attaccava alla carta, in modo che non potesse più scappare.
Era una bella sensazione, scrivere. Lasciar correre le dita sulla tastiera e vedere le parole che piano piano si componevano in frasi sul monitor. Poi rileggeva, cambiava un po’ qui e un po’ là, rileggeva ancora qualche riga, ri-cambiava qualcosa – quasi tutto a dire il vero – e zap, il racconto c’era, non era più suo. Era di chi lo voleva leggere.
Una bella sensazione, già. E credeva fosse “per sempre”, come quegli amori che non passano mai. Poi invece le cose cambiano, le idee si fanno più rade finché un giorno si accorse che tutto ciò che che le veniva in mente era vecchio, faceva parte di racconti già scritti, o già letti altrove. E si rese conto che non aveva più niente da dire; se le idee non arrivavano e tutto le sembrava un déjà-vu, non c’era ragione di picchiare i tasti, di mettere una parola dietro l’altra; mancava l’anima, la scintilla, l’idea. Così, semplicemente, spense il computer.
Credeva che fosse per sempre… ma non era così.
Pensavo, ma quella legge là depenalizza anche chi bara con la bilancia?
Posso quindi dichiarare alcuni (chil)etti di meno senza temere sanzioni?
L’ultima volta non c’era la ruota e almeno un paio di linee metropolitane sotterranee in meno, i pub chiudevano rigorosamente alle 11 p.m. e “the last bell” suonava sempre troppo presto.
L’ultima volta ero ancora al college, il mio compagno di viaggio era un tedesco rosso di colore, verde d’idee e completamente pazzo e al parco uno scoiattolo s’era fregato il mio sandwitch.
L’ultima volta, a pensarci bene, era un secolo fa – o lo scorso secolo, che non sembra far troppa differenza.
L’ultima volta pioveva, ma poi era uscito il sole e poi erano di nuovo arrivate nuvole grigie, ma non m’importava, ci stavo bene lì, con una birra in mano, a guardare gli ultimi rimasugli di bombette e taxi neri e cabine del telefono in ghisa con quelle porte che pesavano un quintale e rischiavi sempre di rimanerci incastrata dentro.
L’ultima volta non c’erano i cellulari, e monetine e cabina erano l’unico modo di comunicare con “casa”, e per trovarsi ci si davano appuntamenti un giorno con l’altro, o anche di settimana in settimana.
L’ultima volta internet non era ancora nelle case, ci si scrivevano lettere “posta aerea”, su quella carta velina che ci potevi guardare attraverso e se scrivevi anche sul retro poi non si leggeva un tubo. E poi il francobollo con sopra la regina e quei bellissimi funghi (di ghisa rossa, la stessa delle cabine) nei quali infilare la busta, dando l’ultimo tocco con la punta delle dita per essere proprio sicuri, quasi a voler dare una spintarella in più, per velocizzare l’invio, insomma.
L’ultima volta. Quella volta c’erano dolci troppo dolci e colorati per non sembrare finti (o chimici) e il pane era solo “carré” e la gelatina (sempre coloratissima e chimica) la faceva da padrone nei negozi di alimentari, e quando dicevi “sono italiana” ancora ti sentivi rispondere: “Napoli, pizza e mafia” e ti toccava sempre rispondere “No, Milan-Italy, fashion, Armani-Valentino-Versace” così smettevano di guardarti come un’emigrante con la valigia di cartone.
L’ultima volta, c’era un titolone sul giornale, e diceva che per colpa del maltempo il “continente” era isolato; il tunnel non era nemmeno nella mente degli ingegneri, la Regina Madre stava benissimo, attaccata al suo gin-tonic e si pensava che la regina successiva sarebbe stata Diana.
L’ultima volta a Camden c’erano solo giovani spostati e grandi neri con cappelli e capelli a striscioline colorate e sulle loro bancarelle affacciate sul canale ci trovavi le cose più impensabili, cose che altrove proprio non s’erano mai viste, e disegnatori, saltimbanchi, voglia di vivere nonostante una Lady di Ferro al governo.
L’ultima volta… non era l’ultima, era solo la volta precedente. Domani arrivo “London Town”, chissà come te li porti questi (quasi) vent’anni in più.
London bridge is falling down,
falling down, falling down
London bridge is falling down,
falling down, falling down
...e adesso?
non si accettano scommesse!
Prendiamola alla larga: siamo blogger, apriamo la nostra paginetta personale, la nostra vetrina, per dare sfogo alle nostre idee, ai pensieri, perché c’è molto più spazio “fuori” di quanto non ce ne sia “dentro” alle nostre teste e perché, in fin dei conti, ci piace che qualcuno legga e condivida – o non condivida – i pensieri e le idee che ci sentiamo di esprimere. Libertà di pensiero e di espressione. È ciò che, principalmente, rivendica questa grande rete che chiamiamo WWW, no?
Quante volte abbiamo letto, sentito citare o visto indossare come vessillo l’abusato Voltaire:
“Non condivido la tua idea,
ma darei la vita perché tu la possa esprimere”
Orbene, oggi, secondo il mio parere, il nostro Paese (che mi ostino a scrivere con l’iniziale maiuscola per una questione più stilistica che non per convinzione, ormai), ha scritto una pagina piuttosto buia della propria già non brillantissima storia.
Un manipolo di giovin virgulti, in nome e per conto della Scienza e della libertà di pensiero ha occupato (o dovevo scrivere okkupato?) il Rettorato della seconda università italiana (così dicono le statistiche) per negare l’intervento del Papa alla cerimonia di apertura dell’anno accademico.
Per puro dato statistico, il manipolo non conta molto più di trecento anime (ooops, pardon! teste) mentre gli iscritti alla stessa università son circa 147.000; l’appoggio (prima duro, poi ammorbidito) dei professori conta un numero di 67 firmatari della fatidica lettera di “disopportunità” (su 4767 docenti totali).
Non son brava in matematica, lo sarete più voi di me, però, tornando alla legge dei numeri a me sembra che solo i regimi totalitari siano quelli in cui “pochi” assurgono al diritto di decidere per “molti”.
Indi, ripensando al Voltaire di cui gli stessi di cui sopra si riempiono (si son riempiti o si riempiranno) la bocca… c’è qualcosa che non quadra.
Il morto in casa ce lo teniamo noi. E si chiama “diritto di opinione”.
E stavolta l’assassino non è il maggiordomo.
Pardon per la preoccupazione…
fonte per i "numeri": http://www.universitaitaliane.it/ateneo.asp?IDuni=177016636
Lei era un po’ giù, si avvicinava un ennesimo fine anno–inizio d’anno, e ancora le sembrava di non aver combinato nulla della sua vita. Continuava a vedere il domani o il giorno a seguire come cose lontane, come se tutto potesse ancora accadere, come se ci fosse ancora tempo, un tempo indefinito – ma congruo, lungo, lontano per l’appunto -, il futuro.
Lui iniziò, forse per scherzo o per vezzo, o perché gli ricordava la maglia di un giocatore in un film, a prenderla in giro chiamandola “Quarantuno”.
Un po’ come 7 di 9, il cyborg (o quel che era, insomma), o qualsiasi altra persona che smette di essere tale e diventa un numero. In questo caso quel Quarantuno erano gli anni appena vissuti, per lei, ma se ne sentiva ancora vivi e vitali nelle ossa almeno altri cinquanta, o forse più o forse… Insomma, lei non amava i compleanni, non trovava che ci fosse proprio nulla da festeggiare nell’aver raggiunto un traguardo biologico senza averne uno altrettanto delineato a livello mentale. Eppure quel 41 continuava a suonarle strano.
Ed ecco che si profilava all’orizzonte – questa volta molto vicino -, un altro anno da dichiarare formalmente e finalmente “terminato”. Era il 2007, o il 2024, non ricordava bene, e può anche darsi che quel “41” non si riferisse solo all’età ma al numero statistico medio delle persone che aveva amato o odiato o incontrato nella sua vita sino ad allora… o forse, quel numero, quasi vuoto, senza particolare significato, stava ad indicare ciò che l’attendeva e non quanto aveva già lasciato alle sue spalle.
Poi iniziò a fare la conta.
Edoardo, il primo amore inarrivabile ai tempi delle elementari – alto, biondo, occhi blu come da copione; Emanuele, l’amico morbido con cui scoprì solo vent’anni dopo che quel gioco serale era quello del dottore… e poi Andrea che voleva baciarla con la lingua, Luca, Fabio – anzi, no, era il fratello grande, ma come si chiamava poi? -, Guido, Lorenzo, Gianni e via via a contare… contare mentalmente tutti i grandi amori eterni che si era lasciata alle spalle… No, non erano certo 41.
Iniziò allora a pensare alle persone che aveva incontrato nella vita, le prime due o tre ziette, gli zii, i parenti presenti al suo battesimo… qualche amico di mammà… Solo aggiungendo i primi compagni d’asilo di cui aveva ricordo ed i quarantuno eran passati di un pezzo. Quindi non potevano proprio essere le persone incontrate sino a quel momento.
Ritrovando un secondo di lucidità cominciò ad indagare nello specchio, no, non c’erano né 41 occhi a guardarla né altrettante rughe (riflesse o dipinte, poco importa). In un attimo di follia si rese conto che stava tentando – inutilmente -, di contare le rade ciglia, tentando di far tornare il conto. Ma no, nemmeno in quel caso tornava il numero incriminato.
Il campanello la riportò al presente, come nei migliori film del secolo prima, scese, aprì la porta e si aspettò, per un attimo di vedere 41 postini cui firmare un cablogramma o, forse, quarantuno persone ad attenderla per la festa di capodanno. Ma no, era solo la vicina di casa con quell’animale peloso che si ostinava a chiamare gatto – in realtà una lince zannuta sotto mentite spoglie – che chiedeva una tazza di latte. Una tazza, non 41.
Era, comunque, giunta l’ora di andare, sapeva di essere attesa da qualche parte, c’era da festeggiare l’infesteggiabile, un altro anno che moriva ed un piccolo mostro pieno di speranze e aspettative che sarebbe nato nello stesso preciso momento della dipartita del primo… È morto il re, viva il re. Anche questa volta, una volta di più…
Benvenuti nell’anno 1941, scandì quella voce dall’altoparlante gracchiante. Tutto lì.
come sai quest'anno non ti ho chiesto molto. Nella letterina ho lasciato tutto al tuo buoncuore scrivendo, testualmente:
"solo un piccolo regalo, fai tu"
Ecco, va bene il piccolo, va bene che di fantasia ce ne hai messa parecchia, va bene che me l'hai mandato persino in anticipo!
Ma che cavolo di regalo è IL BACILLO DEL RAFFREDDORE?!
PS: eccììììì!
Dicembre è arrivato a passi lunghi e ben distesi, è entrato dalle porte della città senza nemmeno bussare portandosi dietro una scia di lucine colorate, cupole azzurro cielo stellato, alberi fosforescenti con lucette riflettenti, Milano sembra Disneyland; quest’anno più che mai pare che il vecchio pragmatismo della capitale lombarda sia scivolato da qualche parte… probabilmente in un tombino dipinto d’oro dei fessi per sembrar anche lui più bello.
Striscioni inneggianti alle buone feste da questa o quella corporazione di negozianti sono spuntati ovunque, come funghi dopo un acquazzone autunnale. La coda davanti all’unica porta di accesso al Duomo ancora aperta è chilometrica - ché anche qui si teme, con parsimonia, qualche attentato e si passa al metal detector ogni sparuto questuante controllando che quelle candele dirette ai santi non sian di tritolo.
Per ragioni logistiche la Fiera degli Oh Bej, Oh Bej è stata scardinata dalle vie attorno a Sant’Ambrogio – ché lì stanno scavando un parcheggio multipiano, del quale si mormora sommessamente sia troppo vicino alle fondamenta della Basilica più cara ai milanesi, ma tant’è, il progresso -, dicevamo? Ah, sì. La fiera è stata spostata di peso, con le sue frittelle dolci, castagne affumicate e l’ultimo suonatore di cornamusa giunto sin dal Sud – che lo hanno trovato davanti la porta di Sant’Ambrogio mentre consultava febbrilmente un calendario mormorando “eppure doveva essere qui”.
Delle rare e remote tradizioni natalizie milanesi sembra essere sopravvissuto solo il panettone… o quasi. Anche di quello è stato fatto aperto scempio. Innanzitutto perché non è più made-in-Milano, pur con tutto il rispetto del caso, arriva dal Piemonte, dal Veneto, persino dal Centro Italia, lo hanno riempito di limoncello (tipico liquore autoctono), di creme al grand marnier (dovevano pure scomodare i cugini d’oltralpe?!), di cioccolato e noci, di pasta di mandorle, di confetti ripieni allo zabaione, gli hanno tolto l’uvetta, aggiunto spezie e cicoria candita, sulla carta che lo avvolge son fiorite scritte del tipo “vedi Napoli e poi muori” e “puro, vero e unico paNNattùn milanese” con il marchio China Export stampato sul lato…
Ma non è finita qui, nel presepe vivente sono spuntati tre Re Magi vestiti da Armani, Missoni e Valentino (uno a testa, per non scontentare nessuno), hanno messo una stufa catalitica al posto del bue e dell’asinello perché il WWF li ha deportati in un’oasi protetta alle porte della città, e la stella cometa è in neon fucsia, per intonarsi meglio con i pastori-trendy e le lavandaie del terzo millennio – dotate dell’ultima Candy lavasciuga. Sotto al lampione più lontano si scorge persino la sagoma della Barbie-batte-in-centro – per non farsi proprio mancare nulla.
Scavando tra i testi antichi pare che almeno tre dei segni visti in cielo e in terra e sulla punta del Pirellone siano forieri dell’Apocalisse.
AAA cercasi spirito natalizio, anche piccolo e usato.
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